Recensione – LEGERITY, prodotto di bellezza per capelli

La scorsa settimana ho ricevuto a casa il campione omaggio di un prodotto da testare.

Di cosa si tratta?

LEGERITY è un trattamento universale di bellezza per capelli.

Questa crema è leggera e adatta a tutti i tipi di capelli; contiene proteine del riso e della seta, olio di semi di girasole ed estratto di rosmarino.

 

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Il campione omaggio di LEGERITY

 

Applicazione

LEGERITY si può applicare su capelli tamponati o asciutti, senza doverli risciacquare dopo il suo utilizzo. Vi assicuro che potete usarla sui capelli asciutti e non serve sciacquare di nuovo – pur essendo scettica all’inizio, mi sono ricreduta.
Spalmate una piccola quantità di prodotto sul palmo della vostra mano e distribuitela in modo uniforme su lunghezze e punte. Sentire immediatamente un odore fresco e gradevole!

 

Perché scegliere LEGERITY?

 È facile da applicare. Non serve risciacquare i capelli dopo averla utilizzata;

 Ha un buonissimo profumo che dura a lungo;

 Mantiene la piega, senza risultare appiccicosa o fastidiosa come la lacca. Al risveglio mi sono ritrovata con i capelli perfettamente in ordine, per nulla spettinati – purtroppo mi capita spesso – e per alcuni giorni, appunto, non li ho neanche pettinati. Non avrei mai pensato di poterlo dire!;

 Rende i capelli più luminosi e setosi, piacevoli da sfiorare e da annusare;

 La confezione originale è molto carina.

 

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Conclusioni

Sono felice di aver avuto la possibilità di testare LEGERITY; mi ritengo molto soddisfatta di questo prodotto. Ve lo consiglio, soprattutto in sostituzione della lacca.

 

Pensate di acquistarla? Fatemi sapere la vostra opinione con un commento! Alla prossima!

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Il Mio Ragazzo Girasole

Avevo cinque anni quando mi ero persa e avevo trovato un unico girasole in un campo desolato. Era estate e mi ero allontanata dai miei genitori per rincorrere una farfalla. “Anche tu sei solo?” gli avevo chiesto, facendo piovere con le mie lacrime. Avevo asciugato delicatamente i suoi piccoli petali gialli come faceva la mia mamma mentre piangevo. “Vuoi essere mio amico? Io non ho amici…” Un gatto aveva cercato di strapparlo, ma io l’avevo protetto con il mio corpo; un graffio era comparso sul mio braccio destro. L’animale se n’era andato e io mi ero addormentata. Quando avevo riaperto gli occhi, un bambino mi aveva sorriso stringendo in mano un girasole e aveva annuito; con l’arrivo dei miei genitori era scomparso. L’estate successiva e pure quella dopo l’avevo cercato da quelle parti, senza successo, per poi dimenticare i tratti del suo volto. Forse l’avevo soltanto sognato, mi ero detta.
Aspettai il mio ragazzo seduta su una sedia, la banchina della stazione deserta. Aveva deciso di portarmi nel luogo del nostro primo incontro.
“Sei in ritardo!” lo ammonii, gonfiando le guance per fingermi arrabbiata.
Rise. “Scusami,” disse, grattandosi i capelli leggermente spettinati.
“Tu credi nel destino?” mi chiese mentre saliva sul treno, volgendomi le spalle.
“No. E tu?”
Annuì. “Ti ho trovata. Quella volta mi hai salvato, ora spetta a me proteggerti,” rispose e mi strinse a sé, sorridendomi con in mano un piccolo girasole. Il suo sorriso mi irradiò come quel meraviglioso fiore.

 

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Cosa ne pensano i miei lettori di Sei Il Mio Angelo

A proposito di Sei Il Mio Angelo, la mia nuova storia breve, Laura Forlani dice:

❝Ok, devo dire che mi hai sorpresa! Non mi aspettavo per niente un risvolto simile, sono rimasta spiazzata! Però davvero scritto molto bene, complimenti!❞

 

A proposito di Sei Il Mio Angelo, la mia nuova storia breve, Claudia Leto dice:

❝È bella, mi piace il modo in cui hai descritto una situazione complicata tra la morte della madre e lo stato d’animo delle due ragazze, come anche la conclusione che è stata inaspettata e questo è importante. Però è il tuo modo di dare voce ai pensieri di personaggi diversi tra loro che mi piace, il fatto che ad esempio lei ed Alice di Parole Sbagliate non siano uguali e abbiano storie completamente diverse e tu riesca a descrivere i loro sentimenti con naturalezza, guardi la storia dalla loro angolazione e provi empatia per loro: è questo che fanno le persone brave a scrivere.❞

 

A proposito di Sei Il Mio Angelo, la mia nuova storia breve, Francesca Macari dice:

❝A me piace tanto leggere,non sono tanto brava a scrivere, però il tuo racconto breve mi è piaciuto . La storia è molto attuale e mi è piaciuto il finale.❞

 

A proposito di Sei Il Mio Angelo, la mia nuova storia breve, NebulaHouse (from Twitter) dice:

❝”Salii in auto, restando in silenzio. Il vento entrava dal finestrino abbassato e mi scompigliava i lunghi capelli biondi; la musica in sottofondo mi cullava, come le ninnenanne che mi cantava la mamma quando ero piccola.” Bello! Di piacevole lettura!❞

 

A proposito di Sei Il Mio Angelo, la mia nuova storia breve, Melania Nalin dice:

❝Ciao Elisa ho letto il tuo racconto Sei il mio angelo e mi ha confermato la tua bravura come scrittrice.
Nonostante sia breve sei riuscita a sviluppare la storia in tutti i suoi aspetti senza che risulti affrettata con “poche parole” hai reso perfettamente l’idea dei sentimenti provati dalle protagoniste un bel mix dolce amaro, finale inaspettato che ho apprezzato molto.
P.s. Mi è piaciuto il richiamo che hai fatto al libro Parole sbagliate mi ha fatto tanta tenerezza.❞

 

Sei il mio angelo

Il corpo di mia madre era riverso a terra in una pozza di sangue. Il liquido viscoso l’aveva avvolta come una coperta calda, il volto contratto in una smorfia. Le nuvole offuscarono il sole, facendo piombare la stanza in un’oscurità sinistra che ricordava un film dell’orrore. Un’altra figlia avrebbe urlato alla vista della propria madre morta sul pavimento, mentre io cercai di rimanere impassibile per non attirare l’attenzione dei vicini.
L’ho uccisa, pensai. E adesso che cosa faccio? Dovrei sbarazzarmi di lei, ma è troppo pesante per sollevarla da sola. A chi potrei chiedere aiuto?
Non potevo chiamare Veronica; se avesse scoperto quello che avevo fatto, non mi avrebbe più rivolto la parola. Perdere la persona che amavo era un prezzo troppo alto da pagare, quindi decisi di telefonare a Chris. Il cellulare del mio ragazzo era spento. Guardai la macchia di sangue, il corpo immobile di mia madre, la stanza silenziosa: quella scena mi sembrò irreale, come se appartenesse alla vita di un’altra persona. Potrebbe trattarsi di un’altra visione, pensai. Mi era capitato di avere un’allucinazione qualche mese prima, quando la mamma mi aveva obbligata a prendere una strana pastiglia. “Oggi è una giornata difficile, devi prendere le medicine,” aveva detto in tono calmo.
Chiusi gli occhi, feci un respiro profondo e poi li riaprii: lo scenario non era cambiato. Quando riprovai a chiamarlo, Christopher aveva ancora il telefono spento. “Devo liberarmi del cadavere prima che arrivi Veronica!” urlai fissando lo schermo del mio cellulare, per poi scaraventarlo contro il muro. Le lacrime iniziarono a sgorgare dai miei occhi, rigando il mio viso stanco. Scossi la testa, presi alcune banconote dal portafoglio che mia madre aveva lasciato sul tavolo e le misi in tasca. Poi uscii dalla stanza con l’intento di raggiungere un contadino gentile e analfabeta che viveva poco distante da casa nostra. Era la mia unica e ultima speranza. Prima di poter scendere le scale, mi accasciai a terra; il buio mi investì come un’onda del mare.

 

Erano passati sei mesi dalla morte di nostra madre. Veronica mi aveva trovata svenuta sul pavimento e aveva chiamato l’ambulanza. Quando avevo riaperto gli occhi, mi ero ritrovata nella stanza di un ospedale. Mia sorella maggiore mi aveva informata che la mamma si era tolta la vita e che aveva lasciato un biglietto. Mentre lei si era occupata di tutta la parte burocratica, con l’ausilio degli zii, io avevo dormito. Non ero stata neppure sgridata quando non ero andata al funerale oppure quando avevo saltato la scuola. Veronica era tornata a lavorare dopo qualche giorno, lasciandomi a marcire da sola nella sua casa. “Sono le medicine di mamma, mi stordiscono,” avevo detto alle pareti per giustificarmi.
Gli odori della cena preparata da mia sorella riempirono la stanza, mescolandosi con tanta armonia da farmi ritrovare l’appetito che avevo perso.
“Cosa stai cucinando?” le chiesi dal salotto.
Non rispose, quindi entrai in cucina; vidi Veronica intenta a tagliare il pane.
“Pollo con patate per Christopher, tortino di patate per la mia sorellina,” disse in tono solenne, passandomi il mio piatto.
“Non mangi con noi?”
Chris suonò il campanello e lei andò ad aprire, ignorando la mia domanda. Lo fece accomodare in salotto, prendendo il mazzo di girasoli che le aveva porto per ringraziarla della cena.
“È il vostro anniversario,” mi sussurrò all’orecchio. “Prendo la borsa e vi lascio da soli.” Mi stampò un bacio sulla fronte e si allontanò.
Non me ne importa nulla dell’anniversario! avrei voluto gridarle. Invece rimasi in silenzio, contemplando la sua schiena.
“Stai bene?” chiese il mio ragazzo.
“No…” risposi senza forze.
Quando Veronica tornò in salotto, ci trovò ancora in piedi. Si era cambiata: indossava la camicia bianca che le avevo regalato con i miei risparmi. Ha un appuntamento, pensai. La guardai, gli occhi che sembravano supplicarla di rimanere.
“È successo qualcosa?” chiese, spezzando così il silenzio imbarazzante che era calato nella stanza.
“Non… non posso rimanere. Mio padre ha un problema… al pub.” Chris non sapeva mentire. Si scusò con mia sorella, lo sguardo mesto. Veronica gli fece portare via il pollo: a lei non piaceva e io ero vegetariana. Quando il ragazzo se ne andò, lei sprofondò sul divano. Poi mi invitò a sedere accanto a lei.
Restammo sedute, senza parlare, per qualche minuto. Chiuse gli occhi, abbandonandosi alla quiete. Il suo profumo inebriò le mie narici; mi avvicinai al suo collo per baciarlo, ma poi mi fermai. Non posso farlo, pensai. Siamo sorelle. Mi domandai con chi avesse un appuntamento. Veronica non mi aveva mai parlato della sua vita sentimentale e non aveva mai invitato un ragazzo a casa nostra; al contrario, io le avevo raccontato tutto – persino della mia prima volta con Christopher. Provai quindi a immaginare il suo tipo ideale: un ragazzo timido, con gli occhiali, che lavorava in una libreria oppure che controllava i biglietti al cinema, comparve nella mia mente; pensai che fosse carino, ma troppo imbranato per i miei gusti. L’avrei potuto pure accettare, se solo non fossi stata innamorata di lei. Sospirai. Veronica si meritava il meglio e non potevo esserlo io.
“Facciamo shopping domani?” chiese, riaprendo gli occhi e osservando la mia espressione mesta.
Scossi la testa, sconsolata. “Non ho soldi, lo sai…”
“Non preoccuparti, pago io.”
La ringraziai, il tono di voce flebile. L’orologio da polso di mia sorella segnava le 21:15. Avevo fame, quindi mi alzai dal divano per mangiare; il tortino di patate che lei mi aveva cucinato si era raffreddato. Lo tagliai a metà, presi un piatto pulito dalla cucina per mettervi una delle due porzioni e lo porsi a Veronica, insieme alla forchetta che non era stata utilizzata.
“Sei molto tenera,” disse, accarezzandomi la guancia. “Mi è passato l’appetito, scusami…” aggiunse poi; mi restituì il piatto, abbozzando un sorriso. Sembrava spenta, come se qualcosa o qualcuno le avesse prosciugato tutte le energie. Quel qualcuno ero io. Si abbandonò a un sonno leggero e agitato.

 

L’indomani andai a fare compere con Veronica. Aveva delle occhiaie  pronunciate: la sera prima si era addormentata sul divano e quando l’avevo svegliata per prendere il suo posto, aveva rifiutato e mi aveva permesso di dormire nel suo letto. L’avevo osservata agitarsi a causa di qualche sogno, aveva pronunciato frasi sconnesse. Qualcosa la tormenta, avevo pensato. Le avevo preso la mano e avevo aspettato che si calmasse, per poi coricarmi anch’io.
Il centro commerciale non era molto affollato, nonostante fosse mezzogiorno. Dopo aver mangiato un trancio di pizza, entrammo in un negozio di vestiti. Mia sorella si mise a parlare con una delle due commesse.
“Posso aiutarti?” chiese l’altra.
Scossi la testa, continuando a controllare Veronica e quella donna. Si parlavano all’orecchio e ogni tanto scoppiavano a ridere, come due amiche adolescenti. La radio trasmetteva vecchie canzoni d’amore rock che mi rattristarono. Quando Chris entrò nel negozio, lo fulminai con lo sguardo.
“E tu cosa ci fai qui?”
“Mi ha chiamato tua sorella, è preoccupata per te,” disse, indicandola.
“Non guardarla!” esplosi.
“Sei gelosa? Sai che sono innamorato solo di te.”
“Non è così… io…” Continuai a osservarla con una tale insistenza che spazientì il mio ragazzo. Proseguii: “Christopher, vorrei soltanto fare shopping insieme a Veronica. Non siamo più uscite da quando la mamma è morta.” Ero solita chiamarlo Chris, eccetto nei momenti di tristezza o di rabbia. Lo feriva in quanto era stato spesso deriso per il suo nome.
La mia giustificazione non lo convinse del tutto, ma decise di andarsene. Sospirai. Era una brava persona, non potevo più fingere. Mia sorella salutò la commessa e continuammo a girare per negozi.
Comprai un paio di jeans bianchi, due magliette, biancheria intima e uno smalto verde smeraldo; Veronica, invece, acquistò un mascara e uno smalto blu pavone. Avevo sentito la tensione abbandonarmi per qualche ora, il volto sorridente come quello di una bambina davanti a un sacchetto di caramelle. Nel parcheggio mi infilò un braccialetto al polso che aveva comprato senza che me ne accorgessi; i suoi polpastrelli sfiorarono la mia pelle, facendomi fremere. Sei troppo vicina, pensai. Il cuore prese a martellarmi nel petto.
“Ho deciso di lasciare Chris,” le confessai tutto d’un fiato, cercando di distogliere l’attenzione dalle sue labbra.
“Perché?” chiese stupita.
A questa domanda non risposi. Salii in auto, restando in silenzio. Il vento entrava dal finestrino abbassato e mi scompigliava i lunghi capelli biondi; la musica in sottofondo mi cullava, come le ninnenanne che mi cantava la mamma quando ero piccola. La strada si era svuotata e Veronica guidava rilassata: non le piaceva mettersi al volante, soprattutto quando c’era traffico; spesso aspettava che si diradasse, restando parcheggiata a lungo e tornando a casa più tardi del previsto.
Ci fermammo in una libreria. Ripensai al fidanzato che avevo immaginato per mia sorella e scoppiai a ridere. Lei mise un braccio intorno alle mie spalle e sorrise.
“Sono contenta di vederti spensierata, per una volta. Oggi mi sento bene.” Fece una pausa, poi riprese: “Il tuo entusiasmo è contagioso,sai? Sono fortunata ad averti come sorella. Ti voglio bene.”
“Anch’io.”
Sentii l’impulso di abbracciarla forte, di non lasciarla andare. Le sue parole mi avevano scaldato il cuore; erano sincere, pure. Le diedi un bacio sulla guancia e le sussurrai un timido “grazie”. Sono io quella fortunata, pensai.
La libreria era spaziosa e ordinata, l’odore di carta stampata. L’atmosfera era tranquilla: le poche persone presenti sfogliavano i libri in silenzio. Veronica si allontanò e tornò poco dopo con un romanzo intitolato Parole Sbagliate. “Parla di una ragazza che trova un libro magico contenente un messaggio in codice da decifrare. Decide di tenerselo  e incominciano ad accadere cose strane. Me l’ha consigliato una collega,” spiegò. Annuii.
“Te lo regalo,” disse poi. Andò a pagarlo e uscimmo dalla libreria.
“Grazie. E tu, cosa vorresti? Se lavorassi al pub del padre di Chris, potrei comprarti qualcosa per ricambiare.”
Scosse la testa. “Vorrei soltanto che tu fossi felice.” Prese una ciocca dei miei capelli tra le dita, mi guardò negli occhi e pianse. Non l’avevo mai vista in lacrime, neanche quando era morta nostra madre.
“Scusa…” Non sapevo come consolarla, quindi l’abbracciai per calmarla.
Veronica mi faceva dei doni ogni mese. “Oggi non è il mio compleanno,” avevo detto la prima volta. “Non importa,” aveva risposto lei. Mi aveva comprato un quaderno e delle gomme da cancellare per la scuola, un mappamondo e un libro. Era ancora un’adolescente che lavorava soltanto d’estate. Grazie, diceva il biglietto che accompagnava ogni suo regalo.
Tornammo a casa per l’ora di cena. Mia sorella salì in camera senza proferire parola, l’espressione mesta.
“Vuoi che cucini qualcosa?” le chiesi, entrando nella stanza.
“No,” rispose laconica.
“Sei sicura? A pranzo hai mangiato solo un trancio di pizza.”
Sospirò. “Cosa vuoi che ti prepari?”
Dopo aver cenato insieme, Veronica tornò in camera. Mi feci una doccia e la raggiunsi. Era intenta a scrivere con il computer portatile, seduta sul letto. Mi spogliai davanti allo specchio, tenendo soltanto le mutande che avevo comprato al centro commerciale. Mia sorella non distolse lo sguardo dallo schermo. Guardami, scema! Perché ti importa più di quello stupido romanzo che di me? Scossi la testa. No, solo una malata di mente come me potrebbe innamorarsi della propria sorella, mostrarle il sedere e sperare di essere desiderata da lei. Quando il mio cellulare squillò, indossai la maglietta e uscii dalla stanza.
“Christopher…” la voce mi si strozzò in gola. Parlammo – o meglio, litigammo – per più di un’ora. Tornai da mia sorella per dirle che avevo lasciato Chris e la trovai addormentata, il portatile sulle ginocchia. Lo presi, facendo attenzione a non svegliarla, e lo appoggiai sulla scrivania. Lessi la storia che aveva scritto: narrava di due ragazze che sembravano amarsi. Ritornai con la mente all’immagine della commessa che le parlava all’orecchio e che la faceva ridere. E se fosse innamorata di lei? No, è solo un racconto di fantasia. Continuai la lettura per scoprire che le protagoniste erano sorelle. È la nostra storia. Salvai il file di testo al suo posto e spensi il computer. Andai a stendermi accanto a lei, il volto raggiante; le strinsi la mano. “Sono perdutamente innamorata di te,” le sussurrai all’orecchio, pensando che non mi avesse sentita.

 

Nelle settimane successive Veronica era diversa dal solito: mi rivolgeva a stento la parola; ogni sera mi preparava la cena e poi usciva, rincasando tardi e il più delle volte ubriaca.
“Perché non resti a casa e guardiamo un film insieme?” le avevo chiesto una volta. Indossava una gonna troppo corta e una maglietta attillata.
“No,” aveva risposto secca.
“Cos’hai?”
Mi aveva guardata con freddezza e se n’era andata.
Iniziai a tenere un diario; le pagine assorbivano le mie lacrime, macchiandosi di inchiostro, come una mappa disegnata male. Annotavo ogni comportamento che Veronica assumeva nei miei confronti, riportavo i miei stati d’animo e scrivevo dei miei problemi con la mente. Avevo persino ripreso ad assumere le pastiglie che mi dava la mamma quando era ancora viva. Quello stesso giorno avevo avuto un’allucinazione. Ho ucciso nostra madre, avevo pensato quando ero tornata alla realtà. Non posso dirlo a Veronica, non deve saperlo. È tutto così confuso nella mia testa. Perché mia sorella aveva parlato di suicidio? E poi… io sono innamorata di lei. In quell’istante avevo avuto un’illuminazione: Veronica si era svegliata e mi aveva sentita mentre le confessavo i miei sentimenti. Avevo preso a pugni il cuscino, le lacrime che scendevano copiose dai miei occhi, come un fiume in piena. Sono stata una stupida! Non voglio perderla…
L’orologio appeso al muro della cucina segnava le 19. Mia sorella entrò in casa con due pesanti buste di plastica.
“Aspetta, ti aiuto.” Provai a sfilargliene una dal polso, ma lei la strattonò e il suo contenuto si riversò a terra.
“Scusa…” Raccolsi i sacchetti contenenti le carote, le patate e le mele, la confezione da otto yogurt e quella dei cereali. Veronica mi accarezzò la schiena. Mi voltai e la guardai: il suo sguardo era triste. È colpa mia, pensai. L’ho ferita con i miei sentimenti.
“Scusami,” disse poi. “Ti ho trattata male. È solo che…”
“Mi sono innamorata di te,” l’anticipai.
“Lo so, ma è sbagliato. Siamo sorelle. Ho cercato di tenerti lontana per il tuo bene, nella speranza che ti dimenticassi di me in quel senso. Non è stato facile, odio vederti soffrire. Perdonami, non avrei voluto ferirti in questo modo.”
“Ma io ti amo!”
Mi avvicinai a lei e la strinsi forte. “E tu cosa provi per me?” le chiesi, nonostante conoscessi la risposta.
Non disse nulla, lo sguardo basso. Le alzai il mento con la mano affinché mi guardasse negli occhi; ripetei la domanda con calma, in attesa della sua replica.
Perché non parla?  Le scostai i capelli dal collo e lo baciai. Veronica non oppose resistenza; se ne stava immobile, come se fosse priva di forze, di emozioni. Quando accostai le mie labbra alle sue, mi respinse
“Cosa stai facendo? Siamo sorelle!”esplose.
“Io…”
“Siamo sorelle,” ripetè, lo sguardo mesto.
“Che cosa provi per me?” provai a domandarle un’ultima volta.
“Non ricambio i tuoi sentimenti, mi dispiace.”
Veronica mi ha rifiutata, pensai. Mi alzai, senza guardarla, e uscii di casa, incurante della pioggia.

 

La foto che mi ritraeva insieme a mia sorella era leggermente storta. Mi alzai dal letto con l’intenzione di sistemarla, invece la staccai dalla bacheca di sughero e l’osservai. Era la mia fotografia preferita: in quell’istante avevo capito di essere attratta da lei. “Sei bellissima,” mi rivolsi alla ragazza immortalata nello scatto, accarezzandole la guancia con l’indice della mano destra. Mi abbandonai a un pianto disperato, squarciando il silenzio innaturale presente nell’abitazione. Quella sera ero scappata di corsa senza prendere le mie cose – compreso il cellulare – e mi ero rifugiata nella casa dove avevamo vissuto con la mamma; non era ancora stata venduta, ma Veronica veniva spesso a pulirla e ad arieggiarla. Mi ero tolta gli indumenti fradici di pioggia, mi ero asciugata i capelli con un asciugamano consunto e avevo indossato una lunga maglietta che mia sorella aveva dimenticato lì qualche giorno prima.
Mi addormentai. Feci uno strano sogno: Veronica non era mia sorella, era una mia amica d’infanzia che si era innamorata di me, che mi baciava e che mi desiderava. Se non fossimo sorelle, potremmo stare insieme? mi chiesi, svegliandomi con i primi raggi del sole che entravano dalla finestra aperta. Sentii un rumore: era mia sorella che sbatteva la portiera della sua automobile. Scesi le scale di corsa, i capelli arruffati. Lei aprì la porta e me la ritrovai davanti.
“Allora eri qui…” Tirò un sospiro di sollievo.
“Non volevo farti preoccupare.”
“Torniamo a casa,” disse, guardardandomi con tenerezza e apprensione.
Scossi la testa. “Ho ucciso la mamma. Mi dispiace. Non odiarmi, ti prego. Mi dispiace.” Provai a scusarmi. Non voglio perderla, pensai.
“Calmati, piccola.” Mi accarezzò il braccio, poi si avvicinò a tal punto che potevo sentire il suo respiro affannoso. Sfiorò delicatamente le mie labbra con le sue. L’allontanai con decisione, nonostante desiderassi baciarla.
“Non possiamo, siamo sorelle.” Dover rinunciare a lei era la cosa più difficile per me.
“Non siamo sorelle, almeno non di sangue.”
La guardai confusa. “Che stai dicendo?”
“È così: I tuoi genitori biologici ti avevano abbandonata davanti al portone di casa nostra. Quando ti avevamo trovata, piangevi per la fame o per il freddo, non lo so. Desideravo tanto una sorellina, avevo solo cinque anni. Per fortuna i miei erano riusciti ad adottarti, così iniziasti a far parte della nostra famiglia.”
“Perché non me l’hai detto prima? E perché hai tentato di baciarmi? Tu non ricambi i miei sentimenti, ricordi?” Ero sconvolta. Feci dei respiri profondi per calmarmi.
“I miei mi avevano fatto promettere di non dirti nulla per non ferirti. Avrei voluto dirti la verità durante questi mesi, ma avevo paura di perderti. Mi detesti?”
“Non potrei mai detestarti, lo sai.”
Veronica mi guardò negli occhi, tenendomi per mano. “Non pensare che per me sia stato facile: quando baciavi Chris, dovevo reprimere la gelosia; quando ti spogliavi, dovevo cercare di non guardarti; quando ti avvicinavi, dovevo allontanarti. Fingere di non amarti e di non desiderarti, di vederti solo come una sorellina, iniziava a diventare una tortura.”
Abbassai la testa: era il mio modo di chiederle scusa. Non mi ero accorta dei suoi sentimenti, essendo concentrata soltanto su me stessa. Sono un’egoista. L’ho ferita. Come fa ad amarmi?
La ragazza riprese a parlare: “Tu mi hai salvata, come un angelo. Sai, odiavo la mamma.” Si tolse la maglietta e indicò una cicatrice lungo l’addome, poi si voltò e ne indicò un’altra lungo tutta la schiena. “Quando le cose tra lei e mio padre andavano male, si sfogava su di me. Sai, a volte qualcosa si rompe nella mente di qualcuno e a pagarne le conseguenze sono i suoi cari. Ma lei ha smesso di farlo con il tuo arrivo. Dopo un anno papà ci abbandonò, sparendo nel nulla. Avevo paura che la mamma potesse prendersela con me o con te, invece iniziò a chiudersi in se stessa. Era come se fosse avvolta da una membrana trasparente che le impediva di relazionarsi con il mondo esterno e di esprimere le sue emozioni. Sono sola, non ho neppure una famiglia.”
“Non sei sola, tu hai me!” Le spostai le braccia dall’addome che cercava di coprire.
“No, non voglio che tu veda ancora il mio corpo imperfetto! Quando mi spogliavo, i ragazzi mi guardavano schifati e mi lasciavano. È per questo che non ho mai avuto una relazione duratura. Sei sicura di volermi ancora?”
“Sì, sei bellissima.” Le sfiorai la cicatrice con le labbra; Veronica prese il mio volto tra le mani e ci baciammo appassionatamente.
“Smetti di prendere le pastiglie di mamma,” disse, accarezzandomi la guancia. “Non ti fanno bene. Ha cercato di propinarle anche a me, facendomi credere di essere pazza. Ti proteggerò da qualsiasi cosa, te lo devo.”
Mi strinse forte. “Ti amo,” le sussurrai all’orecchio.
“Sei il mio angelo.”
Ce ne andammo da quella che era stata la nostra casa per anni. Veronica mi mise un braccio attorno alle spalle, sorridendomi. Il sole illuminava l’inizio di una nuova giornata e il nostro amore appena sbocciato.

 

 

La Moglie Tra di Noi

❝La verità è l’unico modo per voltare pagina.❞ – Vanessa

 

A volte un’ossessione può diventare pericolosa e distruggere, altre volte può salvare.
Questa è la storia di Vanessa, una donna che ho imparato ad apprezzare piano piano, pagina dopo pagina; mi sono rispecchiata molto in lei, tanto da piangere in alcuni punti. È una donna che cerca di fermare il matrimonio di Richard, il suo ex marito, con la sua sostituta, una bella donna più giovane di lei. L’uomo ha dei modi di fare impeccabili, tanto perfetto da apparire come il Principe Azzurro delle fiabe. Tanto perfetto da non sembrare vero…

La Moglie Tra di Noi non è il classico triangolo amoroso; è un romanzo originale, pieno di colpi di scena, flashback ed emozioni. È una storia impregnata di solitudine e dolore, di bugie, di passati ingombranti e torbidi, di ricerche per conoscere la verità. Una verità difficile da accettare, una verità dolorosa, ma necessaria per andare avanti, per tornare a vivere.
È una storia toccante, scritta bene, che ci insegna a essere migliori, a lottare contro i fantasmi del nostro passato per poter agire meglio nel presente e nel futuro, a non voltare le spalle alle verità, a trovare il coraggio di voltare pagina.
Non si può non amare Vanessa, la protagonista di questo libro, donna forte, che diventa fragile a causa di alcune situazioni, ma che dimostra un grandissimo coraggio. Una donna da ammirare, nonostante alcune scelte sbagliate.

Consiglio La Moglie Tra di Noi a chi cerca una storia d’amore diversa, a chi ama i misteri e chi ha un forte bisogno di conoscere la verità, tanto da “divorare” questo romanzo, pagina dopo pagina, proprio come chi brama un bicchiere d’acqua nel deserto.

 

Mi piacerebbe ringraziare Piemme e Ibs per avermi dato la possibilità di ricevere una copia omaggio di questo libro, che l’ho finito in cinque giorni. Se avessi avuto più tempo libero, l’avrei finito in meno tempo!

 

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Recensione #5 – La Città Incantata

La Città Incantata è un film d’animazione giapponese scritto e diretto da Hayao Miyazaki, prodotto dallo Studio Ghibli. È tratto dal romanzo fantasy Il meraviglioso paese oltre la nebbia di Sachiko Kashiwaba; in Italia è stato pubblicato da Kappa Edizioni.

 

Chihiro è una bambina di dieci anni costretta a trasferirsi in una nuova città. Quando il padre prende una strada sbagliata per raggiungere la nuova casa, la famiglia si ritrova davanti a un tunnel di cartapesta. I genitori della piccola, incuriositi, decidono di attraversarlo; pur avendo paura, Chihiro li segue per non dover rimanere ad aspettarli in auto. Il cunicolo li conduce in quello che sembra un parco dei divertimenti abbandonato. La famiglia prosegue il suo cammino nella radura desolata, supera il letto di un fiume prosciugato e arriva in una città di soli ristoranti e locali. I genitori della bambina si abbuffano, mentre lei, contrariata, perlustra la zona e si imbatte in un’imponente struttura termale. Sul ponte incontra un ragazzino, Haku, che le ordina di fuggire; Chihiro torna dai suoi genitori, che si sono trasformati in maiali, scappa impaurita e scopre che il fiume è in piena. La bambina sta scomparendo, quindi Haku le fa mangiare un cibo di quel luogo, il mondo degli spiriti. Decisa a salvare i suoi genitori, Chihiro deve rimanere in città e chiedere di poter lavorare…

 

La Città Incantata è una fiaba di formazione: all’inizio del film Chihiro si presenta come una bambina paurosa e un po’ musona per poi maturare e diventare una bambina più coraggiosa, più forte e più raggiante. La sua avventura nella città degli spiriti le è servita a cambiare; affrontando innumerevoli prove senza il sostegno dei suoi genitori, riesce a sconfiggere le proprie paure e scopre valori come l’amicizia e l’amore, i rischi che si corrono per salvare i propri cari e l’importanza della vita stessa.
Il personaggio di Chihiro evolve in modo graduale e spontaneo, simboleggiando il passaggio da una fase importante dell’esistenza umana a un’altra. Nel mondo degli spiriti la piccola deve prendere delle decisioni importanti, darsi da fare e lavorare, vestendo così i panni di una persona adulta. Dimostra persino di avere una determinazione straordinaria – per esempio, non si lascia scoraggiare quando Kamaji, l’uomo delle caldaie, si rifiuta di darle un lavoro.
La protagonista di questo film non è la classica eroina che salva il mondo dalla strega cattiva, è soltanto una bambina che riesce a insegnare – e insegnarci – qualcosa.
Dunque è impossibile non affezionarsi a Chihiro; la piccina è riuscita a farsi voler bene persino da alcuni spiriti, scoprendo in loro dei nuovi e fidati amici.

Questo lungometraggio animato è anche una critica a una società consumistica e avida (l’ingordigia dei genitori che li trasforma in maiali; l’ipocrisia della proprietaria dei bagni termali, che tratta bene un cliente soltanto perché è apparentemente ricco e tratta in modo sgarbato uno spirito del cattivo odore, che è in realtà lo spirito di un fiume inquinato; i dipendenti che si lasciano comprare dall’oro effimero dell’ingordo Senza-Volto, il cliente che viene servito e riverito da tutti, tranne che da Chihiro;  la violenza distruttiva che scaturisce da un affetto non ricambiato), nonché troppo legata ai doveri come il Giappone – nel mondo degli spiriti tutti devono lavorare e rendersi utili per non farsi trasformare in animali da Yubaba, la perfida strega che gestisce le terme.

La Città Incantata ci insegna a essere più coraggiosi e ad affrontare le nostre paure, a non giudicare gli altri dall’aspetto esteriore o dalle apparenze, ad aprire il nostro cuore, a non perdere di vista le cose importanti per inseguire le cose materiali ed effimere, a non essere avidi ed egoisti, a maturare restando un po’ fanciulli dentro – ingenui e puri di cuore.
È un film adatto soprattutto alle persone adulte in quanto un bambino perderebbe molte delle sfumature della narrazione, concentrandosi solo sui personaggi e sull’azione; a tal proposito, sono contenta di averlo guardato a 26 anni e non a 10 anni.

L’accurata attenzione ai dettagli dei personaggi sul piano grafico e la colonna sonora delicata e magistrale impreziosiscono una sceneggiatura già di per sé perfetta. Non vi sono buchi nella trama, elementi imprecisi o poco accattivanti, è tutto ben congegnato.
I personaggi sono alquanto bizzarri, anche nelle loro sembianze:  Kamaji, l’uomo delle caldaie, che sembra un ragno umanoide, Yubaba, la sovrana del mondo degli spiriti, che ha una testa molto grande e un corpo maestoso, come se fosse la caricatura di una strega, gli spiriti di carta. E c’è persino lo spirito del ravanello!
Ritroviamo anche delle vecchie conoscenze: gli spiriti della fuliggine, aiutanti di Kamaji, sono presenti nel film “Ghibli” Il Mio Vicino Totoro.

 

In conclusione, ritengo che La Città Incantata sia un piccolo capolavoro dell’animazione giapponese, uno dei migliori film dello Studio Ghibli. Pur essendo convinta che fosse diverso, non mi ha delusa e si è rivelato persino migliore di quanto mi aspettassi. Consigliato!

 

Il Ladro di Parole (Nuova Storia)

1.  Il ballo di inizio anno

L’odore di salsedine riempì la piccola stanza in cui dormivo. Respirai l’aria salubre e guardai le onde del mare infrangersi sugli scogli, le lacrime agli occhi. Mio padre aveva finito di caricare le ultime valigie nel bagagliaio dell’auto, mentre mia madre era ancora intenta a raccogliere le conchiglie sulla sabbia. Il cielo era terso, in contrasto con il mio stato d’animo. Sospirai. L’indomani avrei iniziato a frequentare una scuola per scrittori; le lezioni erano incominciate da una settimana, quindi avevo preso appunti dal materiale che i professori pubblicavano sul sito dell’istituto. Pensando alla mia nuova vita scolastica, il mio cuore prese a martellarmi il petto; cercai di rilassarmi ascoltando il rumore del mare in lontananza. Ho passato un anno orribile nella vecchia scuola, non voglio essere perseguitata di nuovo, pensai, il terrore negli occhi. La voce squillante di mio padre mi riportò alla realtà: era ora di andare. Chiusi prima la finestra, poi raccolsi il mio zaino dal pavimento e infine chiusi la porta d’entrata. “Addio,” sussurrai, senza mai voltarmi.
ltavano la radio e non conversavano molto in quanto papà preferiva concentrarsi sulla guida e mamma sul panorama; mi piaceva il silenzio che si creava durante i nostri viaggi in automobile, spezzato soltanto dai rumori della strada, che mi permetteva di leggere, studiare o scrivere. A casa, invece, parlavamo di tantissime cose, eravamo proprio una bella famiglia.
Mia madre si riposò un po’ e decisi di imitarla, abbandonandomi a un sonno agitato. Nei miei sogni – o forse dovrei definirli incubi – erano sempre presenti i m“Stai bene?” chiese mia madre quando aprii la portiera, l’espressione in volto di chi conosceva già la risposta.

Scrollai le spalle. “Sì, non preoccuparti,” tagliai corto. Non avevo voglia di esternare in miei sentimenti, così mi misi a leggere un libro. I miei genitori non ascoiei ex compagni di classi, pronti a deridermi, a prendermi in giro, a fare battutine. Mi svegliai, la fronte madida di sudore.

Il viaggio durò cinque ore. Avevo ripassato gli appunti della prima settimana di scuola e scritto un breve racconto; mi ero concentrata sui compiti per non farmi sopraffare dall’ansia e dai ricordi. Quando il mio stomaco aveva iniziato a brontolare per la fame, mi ero concessa uno spuntino. Avevamo fatto una breve sosta al bar per usufruire del bagno, ordinato un caffè al banco per papà, per poi ripartire e arrivare a destinazione per pranzo.
Il sole fece capolino tra le nuvole, come volesse giocare a nascondino. L’aria era soffocante, diversa da quella che ero solita respirare; la brezza marina era ormai un ricordo lontano, sbiadito, come una vecchia fotografia in bianco e nero. Aiutai i miei genitori a portare dentro le valigie e a disfarle. Abbiamo vissuto in questa casa per un po’ di tempo, prima di trasferirci in un’altra città, pensai, guardandomi intorno. Prima di quell’incidente.
Mia madre si avvicinò e mi abbracciò. “Questa volta andrà bene, te lo prometto,” sussurrò.
Lei sapeva.
Mio padre ci guardò perplesso, trascinandosi dietro una pesante valigia.