Il Ladro di Parole (Nuova Storia)

1.  Il ballo di inizio anno

L’odore di salsedine riempì la piccola stanza in cui dormivo. Respirai l’aria salubre e guardai le onde del mare infrangersi sugli scogli, le lacrime agli occhi. Mio padre aveva finito di caricare le ultime valigie nel bagagliaio dell’auto, mentre mia madre era ancora intenta a raccogliere le conchiglie sulla sabbia. Il cielo era terso, in contrasto con il mio stato d’animo. Sospirai. L’indomani avrei iniziato a frequentare una scuola per scrittori; le lezioni erano incominciate da una settimana, quindi avevo preso appunti dal materiale che i professori pubblicavano sul sito dell’istituto. Pensando alla mia nuova vita scolastica, il mio cuore prese a martellarmi il petto; cercai di rilassarmi ascoltando il rumore del mare in lontananza. Ho passato un anno orribile nella vecchia scuola, non voglio essere perseguitata di nuovo, pensai, il terrore negli occhi. La voce squillante di mio padre mi riportò alla realtà: era ora di andare. Chiusi prima la finestra, poi raccolsi il mio zaino dal pavimento e infine chiusi la porta d’entrata. “Addio,” sussurrai, senza mai voltarmi.
ltavano la radio e non conversavano molto in quanto papà preferiva concentrarsi sulla guida e mamma sul panorama; mi piaceva il silenzio che si creava durante i nostri viaggi in automobile, spezzato soltanto dai rumori della strada, che mi permetteva di leggere, studiare o scrivere. A casa, invece, parlavamo di tantissime cose, eravamo proprio una bella famiglia.
Mia madre si riposò un po’ e decisi di imitarla, abbandonandomi a un sonno agitato. Nei miei sogni – o forse dovrei definirli incubi – erano sempre presenti i m“Stai bene?” chiese mia madre quando aprii la portiera, l’espressione in volto di chi conosceva già la risposta.

Scrollai le spalle. “Sì, non preoccuparti,” tagliai corto. Non avevo voglia di esternare in miei sentimenti, così mi misi a leggere un libro. I miei genitori non ascoiei ex compagni di classi, pronti a deridermi, a prendermi in giro, a fare battutine. Mi svegliai, la fronte madida di sudore.

Il viaggio durò cinque ore. Avevo ripassato gli appunti della prima settimana di scuola e scritto un breve racconto; mi ero concentrata sui compiti per non farmi sopraffare dall’ansia e dai ricordi. Quando il mio stomaco aveva iniziato a brontolare per la fame, mi ero concessa uno spuntino. Avevamo fatto una breve sosta al bar per usufruire del bagno, ordinato un caffè al banco per papà, per poi ripartire e arrivare a destinazione per pranzo.
Il sole fece capolino tra le nuvole, come volesse giocare a nascondino. L’aria era soffocante, diversa da quella che ero solita respirare; la brezza marina era ormai un ricordo lontano, sbiadito, come una vecchia fotografia in bianco e nero. Aiutai i miei genitori a portare dentro le valigie e a disfarle. Abbiamo vissuto in questa casa per un po’ di tempo, prima di trasferirci in un’altra città, pensai, guardandomi intorno. Prima di quell’incidente.
Mia madre si avvicinò e mi abbracciò. “Questa volta andrà bene, te lo prometto,” sussurrò.
Lei sapeva.
Mio padre ci guardò perplesso, trascinandosi dietro una pesante valigia.

 

 

 

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