Vendere un cuore al mercato nero – Storia breve (Anteprima)

Era uscito dallo studio dello psicologo, l’espressione mesta. Aveva distolto lo sguardo e si era incamminato verso il parco, andandosi poi a sedere su una panchina all’ombra di un grande albero. Lo raggiunsi e lo fissai, restando in piedi davanti a lui. Il vento scompigliò i suoi lunghi capelli che sovente nascondevano i suoi bellissimi occhi color nocciola.
Alberto non disse una sola parola; se ne stava in silenzio, la mente occupata da chissà quali pensieri. Sembrava come se stesse scavando nella memoria in cerca di qualcosa: un ricordo, una conversazione, parole affidate al vento. Pur essendo l’uno accanto all’altra, percepivo una distanza insormontabile, come un grande muro che divide un luogo in due.
“Nessuno può aiutarmi!” esclamò all’improvviso, come se volesse rispondere alla domanda che non era ancora uscita dalla mia bocca. Mi accarezzò la guancia e sussurrò un flebile grazie. Poi si alzò e se ne andò, senza mai voltarsi.

Ci eravamo conosciuti in un pub del centro, una fredda sera di gennaio. In quell’occasione suonava una delle mie band preferite: i Track in Time. Non erano conosciuti ai più e infatti il locale non era troppo affollato. Alberto se ne stava da solo, a sorseggiare una birra. Invece io avevo ordinato un panino e dell’acqua frizzante: non avevo cenato a casa. Mentre piluccavo il mio sandwich il giovane mi aveva rivolto un sorriso; imbarazzata, avevo ricambiato. Quando il concerto era iniziato avevo distolto lo sguardo e mi ero messa a cantare a squarciagola tutte le canzoni. Finita l’esibizione, Alberto si era avvicinato, un bicchiere di birra nella mano destra, e mi aveva rivolto la parola:
“Spaccano, non trovi?”
Avevo annuito. “Sì, mi piacciono moltissimo! Era la prima volta che li sentivi?”
“Sì,” aveva risposto.
Avevamo parlato un bel po’: dei Track in Time, di musica in generale e di tante altre cose. Alla fine, ci eravamo scambiati i numeri di telefono e la promessa di richiamarci. Ma non fu così, almeno fino all’arrivo della primavera.
Dopo che Alberto aveva lasciato il parco, tornai a casa. Mi feci una doccia fresca, sfogliai distrattamente una rivista e pranzai. Passai il pomeriggio a oziare: prima mi misi a guardare un film, poi lessi un libro e infine ascoltai un CD. Pur avendo riempito la giornata con azioni a cui davo poca importanza, il mio unico pensiero era rivolto al ragazzo di cui ero innamorata; provavo una strana sensazione in mezzo al petto e mi mancava il respiro, come se tutta l’aria presente in questo mondo fosse all’improvviso sparita. La maglietta che indossavo si era appiccicata al mio corpo a causa del sudore e la stanza sembrava essersi rimpicciolita tutto d’un tratto, come se le pareti si stessero spostando per avvicinarsi e schiacciarmi. Respirai profondamente, le spalle che si alzavano e abbassavano a tempo di musica.
“Black tears, drowning in guilt,” cantavano i Track In Time.
Era ormai giunta sera quando ricevetti una telefonata: era Alberto!
“Hai programmi per questa sera?” mi chiese senza preamboli.
Rimasi in silenzio, la cornetta del telefono attaccata all’orecchio sinistro: potevo sentire il suo respiro dall’altro capo del ricevitore.
“No,” risposi laconica.
“Perfetto! Vediamoci al mare dopo cena!” e riattaccò, senza permettermi di replicare.

 

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